"Se un piatto o un bicchiere cadono per terra,
senti un rumore fragoroso. Lo stesso succede
se una finestra sbatte o se si rompe la gamba di un tavolo,
se un quadro si stacca dalla parete
o se una macchina va a schiantarsi all'uscita di una curva...Ma il cuore, o la vita in questo caso, quando si spezza lo fa in assoluto silenzio.
Data l'importanza, verrebbe da pensare che faccia uno dei rumori più potenti del mondo.
Invece è silenzioso, e tu arrivi a desiderare un suono che ti distragga dal dolore. Se rumore c'è, è interno."
da "se tu mi vedessi ora" di Cecilia Ahern
direi parole molto belle, molto profonde...avete letto qualcosa di questa autrice??
mi sono imbattuta per caso in queste parole leggendo tutt'altro e mi hanno colpito
molto.
Se la conoscete, se avete letto qualcosa...perchè non lo raccontate??
Amica mia, tu m'inviti a nozze con questa citazione.
RispondiEliminaInfatti sin dall'antichità ciò che più spaventa l'essere umano non è la morte "in se", quanto il dolore fisico e lo sgomento psichico ad essa legato.
Infatti la paura della morte la si è superata nelle varie religioni e culture attraverso la promessa di un al di la, di una vita ultra terrena (dalla metampsicosi al paradiso delle religioni monoteistiche).
Il vero problema, quello che sgomenta l'uomo è il dolore, la sofferenza che lo pervade nella malatia e nelle fasi preagoniche.
Chi abbia fatto esperienza, chi abbia assistito ad una morte non subitanea, con la conservazione dello stato di coscienza del moribondo, conosce la sofferenza che costantemente si disegna sul volto della persona di fatto sfigurandolo; questa smorfia di sofferenza talvolta rimane anche dopo la morte.
Il Medico a mio avviso deve conoscere e convivere con la morte ed aiutare il proprio paziente, conducendolo per mano verso il limes della sua vita.
Questo non sempre si ha la fortuna di impararlo in Università ed i primi contatti con la morte (altrui) sono spesso devastanti: i volti rimangono stampati nel ricordo in maniera indelebile.
Questa è la ricchezza vera, che ci ricorda ogni giorno l'unicità del nostro mestiere, tanto lontana dai modelli anglosassoni imperanti.
Per non essere da meno, da appassionato cultore di polifonia barocca, vorrei regalarti le parole (e lo spartito) di uno splendido madrigale a quattro voci scoperte che parla con grande poesia dello sgomento che genera il dolore quando precede la morte.
Sgomento che porta l'autore ad compiangere il cigno, che, pur cantando, muore sconsolato, perchè inconsapevole di quel che gli sta accadendo, mentre l'autore giunge alla fine della vita piangendo, ma muore beato perchè la morte è per lui la liberazione definitiva dal dolore.
1504(?) - 1568 (Jakob Arcadelt)
http://abcplus.sourceforge.net/choral/Bianco_Dolce_Cigno.pdf
Il bianco e dolce cigno cantando more
Et io piangendo giung' al fin
del viver mio.
Stran'e diversa sorte
Che'ei more sconsolato
Ed io moro beato
Morte, che nel morire
M'empie di gioia tutt' e di desire
se nel morir d'altro dolor non sento
Di mille morte il dì sarei contento.
Scusa la sbrodolata, ma è uno dei pezzi che più di altri amo cantare con mia moglie, le mie figlie e gli altri compagni di merende con i quali canto.
MR